Chi non dimentica la storia dell’Italia sa bene che una delle circostanze che favorirono l’ascesa al potere del partito fascista e l’instaurazione della dittatura fu, all’origine, la sottovalutazione di atteggiamenti, affermazioni e slogan, che furono declassati a pittoresche espressioni di diversità e novità. Com’è andata lo sappiamo, e le nostre città ne portano ancora le ferite, conseguenza della guerra e delle scorribande degli squadristi.

A pochi giorni di distanza dall’anniversario del discorso che il 30 maggio 1924 pronunciò alla Camera dei deputati Giacomo Matteotti, denunciando le violenze dei fascisti durante le elezioni dell’aprile precedente - discorso che gli costò il rapimento e l’assassinio da parte di una squadraccia fascista - sentire in quella stessa aula di Montecitorio risuonare oggi le vergognose parole di una giovane parlamentare della Repubblica italiana, la deputata Laura Castelli, del MoVimento 5 stelle, con cui auspica l’uso dell’olio di ricino, fa rivoltare ogni coscienza democratica.

Le parole della deputata, riportare a pagina 90 del resoconto stenografico della seduta odierna non lasciano spazio, purtroppo, a dubbi interpretativi: «Il maggior quotidiano piemontese, nello stesso giorno in cui annunciava l’arrivo del Ministro dell’interno per decidere l’apertura forzata e forzosa del cantiere della Maddalena, commentava nelle pagine a fianco una grande operazione dei carabinieri del comando di Torino sotto il titolo: “Le mafie minacciano anche le grandi opere”. Lo trovo davvero buffo. Io a questi attori sì che darei l’olio di ricino».

La polemica politica, pur legittima anche quando assume toni aspri, non giustifica né attenua la grave portata di un’affermazione indegna dell’aula che ha visto nascere la Costituzione repubblicana, democratica e antifascista che è il patto fondante della convivenza pacifica nel nostro Paese, risorto dalle macerie morali e materiali del nazifascismo. Sottovalutare il potenziale devastante della cultura giustificazionista, integralista, totalitaria e antidemocratica che è alla base di affermazioni del genere sarebbe complicità, come complice fu il silenzio di chi non volle vedere il nascente pericolo fascista.

Quel pensiero, espresso nell’aula che deve essere, sempre e comunque, il tempio della democrazia e del pacifico confronto di idee, appare ancor più grave in quanto riferito a chi, come i giornalisti, è chiamato ad assolvere un compito, qual è quello di informare correttamente l’opinione pubblica, sancito dalla Costituzione non solo con l’articolo 21, ma anche con la sua “prima pietra”: quell’articolo 1 che affida la sovranità al popolo; sovranità che i cittadini possono esercitare solo se correttamente e liberamente informati dai giornalisti, i primi contro cui si abbatte la scure punitiva dei poteri politici che governano gli stati totalitari.

Tutti noi che abbiamo a cuore i valori della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione ci attendiamo che la deputata Castelli porga, nella stessa aula offesa dalle sue parole, le sue scuse per le sue gravi affermazioni e che, magari, dedichi una parte del prezioso tempo che impiega per assolvere al suo alto ufficio allo studio della storia d’Italia, e in particolare di quel periodo in cui dell’olio di ricino, purtroppo, se ne è fatto largo uso. Sia d’esempio per i giovani come lei, la cui età non giustifica la mancata conoscenza del passato oscuro da cui l’Italia si è liberata a costo del sacrificio della vita di tanti altri giovani, e non solo giovani, per molti dei quali l’olio di ricino non è stato affatto una espressione verbale.

Massimo Marciano

human_shape_web_camera_pc_camera_usb_webcam_computer_webcam.jpgCerco di evitare ogni ironia circa la scelta di cambiare orientamento sull’ossessivo streaming di ogni momento della vita pubblica, tipo show da “Grande fratello”, e quindi di riunire la delegazione parlamentare del M5S in maniera riservata. Non la condanno perché penso che stiano anche loro finalmente capendo che quando si assume un ruolo di responsabilità, giunga l’ora di smettere di fare proclami e di ritenersi gli unici depositari della Verità, della Trasparenza, della Democrazia.

Le decisioni che pesano è giusto che vengano adeguatamente ponderate e che le persone che hanno il dovere istituzionale di prenderle abbiano un luogo in cui farlo in assoluta serenità di giudizio, senza dover recitare un ruolo in diretta video. E penso che ci siano momenti nella vita di ogni persona in cui si ha il diritto di fare le cose che le sono proprie in piena libertà da ogni pressione “voyeristica”. Lo sostenevo prima, quando i Cinque Stelle pretendevano lo streaming di ogni cosa, trasformandola in uno show vuoto di reali contenuti, e lo sostengo ora che hanno capito il valore della serenità di giudizio.

Ciò che però mi permetto di criticare sono due cose. Primo, la decisione di un capo assoluto e non eletto di convocare, in un luogo tenuto segreto anche a loro, dei rappresentanti liberamente votati dal popolo, il cui ruolo e la cui indipendenza sono garantiti dalla Costituzione della Repubblica, che tutela il mandato conferito dagli elettori e la sovranità popolare. Secondo, la chiara volontà, espressa attraverso questa segretezza, di tentare di minare alla base un altro presidio costituzionale, e cioè la libertà della stampa di fare cronaca e, anche nel contraddittorio delle opinioni, raccogliere testimonianze che aiutino la crescita del libero pensiero critico dei cittadini.

Perché se è giusto che la sovranità appartenga al popolo, come assicura la Costituzione, l’informazione libera su tutte le opzioni e le opinioni espresse è l’unico strumento che tutela la formazione di quel pensiero critico che permette a ognuno di noi di esercitare la sovranità di cui è titolare.

“Io sottoscritto, candidato alle elezioni parlamentari del 2013, riaffermo e ribadisco il valore positivo della lotta antifascista, democratica, figlia della Resistenza e indiscutibile fondamento dell’attuale Repubblica italiana. Mi impegno a combattere in tutte le sedi affinché lo spettro del mostro nazifascista non possa mai avere futuro in Italia e sia riconsegnato alla storia come il periodo più buio della nostra Patria”.

E’ la dichiarazione che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Pescara ha chiesto di sottoscrivere a noi candidati alle prossime elezioni politiche, dopo le vergognose parole pronunciate domenica da Silvio Berlusconi.

La sottoscrivo, come candidato alla Camera dei Deputati nel collegio Lazio 1 per Sinistra Ecologia Libertà, onorato di essere io stesso tesserato all’Anpi e consapevole che la difesa della democrazia nel nostro Paese, dovere inalienabile di ogni cittadino, passa necessariamente attraverso la quotidiana tutela del valori antifascisti scritti con il sangue dei combattenti per la libertà nella Costituzione della Repubblica italiana.

Alfredo Gulisano

La partecipazione alla lettura condivisa della Costituzione italiana, che si è svolta nel Centro anziani di via Matteotti, nell’ambito del programma di “Libertà, precarietà, irriverenza”, mostra e iniziative sulla lettura e letteratura per l’infanzia. È con questo gesto dall’alto valore simbolico - come omaggio alla Carta costituzionale nata dalla lotta di Liberazione, alle vecchie generazioni che hanno lottato per la democrazia e alle nuove che saranno chiamate a consolidarla sempre più - che Alfredo Gulisano, consigliere comunale di Frascati a Sinistra, lista unitaria della sinistra cittadina, ha iniziato il suo primo giorno di lavoro come delegato del Sindaco, Stefano Di Tommaso, per i Centri anziani.

Il prossimo impegno annunciato da Gulisano sarà l’incontro che intende organizzare con tutti i presidenti dei Centri anziani della città, per conoscere le problematiche che stanno loro a cuore e per avviare uno stretto rapporto di collaborazione. L’incarico che il primo cittadino ha conferito a Gulisano si inserisce nel quadro del riordino delle attribuzioni all’interno della squadra di governo cittadino, che ha visto rafforzare il ruolo della lista Frascati a Sinistra anche grazie ai nuovi incarichi ai quali sono stati chiamati dal Sindaco Damiano Morelli e Massimo Marciano.

Morelli è stato designato dal Sindaco Di Tommaso come Presidente della Società Tuscolana Servizi srl, la multiservizi partecipata al 94% dal Comune di Frascati che si occupa di fornire alcuni servizi essenziali anche ad altri Comuni dei Castelli Romani. Un incarico di vertice al quale Morelli giunge dopo aver concluso il suo precedente mandato di Assessore al bilancio portando all’attenzione della Giunta comunale il bilancio preventivo 2011.

Il documento finanziario, nonostante i pesanti tagli operati dal governo e dalla Regione Lazio ai trasferimenti di fondi ai Comuni, contiene sotto la media nazionale il peso economico del federalismo municipale per le famiglie, le persone a basso reddito e le piccole imprese a conduzione familiare, e comunque continua ad assicurare i livelli di eccellenza nei servizi sociali raggiunti da anni a Frascati. Per i risultati raggiunti nel lavoro svolto in amministrazione, che gli sono valsi l’importante incarico di Presidente della Sts, il Direttivo di Frascati a Sinistra ha espresso e gratitudine a Morelli e soddisfazione per le responsabilità di indirizzo politico, strategico e gestionale che va ad assumere alla multiservizi.

Il quadro dei nuovi incarichi conferiti da Di Tommaso ai rappresentanti della Sinistra frascatana si completa con Marciano, coordinatore cittadino di Sinistra Ecologia Libertà, che collaborerà con il Sindaco nel coordinamento della maggioranza politica e, d’intesa con la Giunta, nell’organizzazione dei lavori per l’attuazione del programma di governo, oltre a contribuire alla definizione dei programmi per l’Educazione degli adulti e la formazione. Collaborerà anche nella organizzazione degli strumenti di partecipazione, con particolare riguardo alla costituzione delle consulte di settore previste dallo Statuto comunale.

Una Sinistra, insomma, che esce dalla ridefinizione degli assetti voluta dal Sindaco rafforzata nel governo delle città di Frascati.

 

marchese_del_grillo.jpgArticolo tratto da http://www.dirittodicritica.com/2010/03/06/il-decreto-interpretativo-contrasta-con-la-legge-e-la-costituzione/

Con questo articolo vorrei dare il mio contributo per inquadrare il decreto interpretativo varato ieri notte dal governo all’interno della situazione giuridica italiana. I riferimenti principali sono la Costituzione e la legge 400/1988.

La legge 400 del 23 agosto 1988 fu varata per riordinare le competenze del governo, in applicazione dell’articolo 95 ultimo comma della Costituzione. L’articolo 15, al comma 2 lettera b della legge 400, afferma:

“[Il Governo non può, mediante decreto-legge] provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione”. L’articolo 72 comma 4 della Costituzione prevede a sua volta che: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi”.

Questo significa che per alcune materie c’è una riserva di legge formale, ovvero solo il Parlamento può intervenire con una legge ordinaria, mentre il Governo è escluso. Fra queste materie vi è appunto la legislazione in materia elettorale.

Il decreto legge ha medesima forza rispetto alla legge 400 e può dunque derogarla anche implicitamente. In più la Costituzione, norma sovraordinata rispetto alla legge 400, permette, in casi straordinari di necessità e urgenza, l’intervento del Governo tramite decreto legge. La questione può apparire dunque controversa, ma i nodi vengono presto sciolti.

Due osservazioni vanno fatte: in primo luogo non sembra essere questo il caso straordinario di necessità e urgenza. Il pasticcio delle liste è dovuto ad un (sinora presunto) mancato rispetto della legge, sul quale è competente prima il tribunale, poi la corte d’appello, quindi il Tribunale Amministrativo Regionale e infine il Consiglio di Stato, dunque esistono, per così dire, addirittura quattro gradi di giudizio per garantire che tutto sia regolare. Non si tratta dunque di un caso di calamità naturale (che necessita di regole proprie e straordinarie) o di un vuoto legislativo da colmare per motivi di impellente interesse pubblico. La legge c’è, funziona e non c’è alcuna emergenza. La legge stesse prevede la possibilità che alcuni partiti, come sempre accade in occasione di qualche elezione, abbiano commesso alcune irregolarità, e indica chi e come deve gestire questa delicata situazione. L’unica differenza è che questa volta il pasticcio è stato creato dal primo partito d’Italia, ovvero dal partito al governo, che sta usando lo schema del decreto legge per fini, per così dire, “privati”: non di emergenza pubblica si tratta, bensì di emergenza privata. Non vi è dubbio che, nel caso in cui il pasticcio fosse stato fatto da altre liste, soprattutto minori, non vi sarebbero state ragioni per intervenire, e questa non è tanto una previsione, quanto la normalità: ad ogni elezione sono tantissime le liste escluse per irregolarità, ma non fanno rumore perché sono piccole, e soprattutto non sono al governo. Per questo il sapore di forzatura è evidente.

In secondo luogo, la legge 400 non fa altro che specificare il governo non può andare contro le previsioni della Costituzione, ricordando (e non tanto imponendo) che il governo non può intervenire con decretazione d’urgenza in materia elettorale. Per questo il riferimento alla legge 400 non è altro che un rimando esplicito alla Costituzione, ed è questa che risulta essere violata.

L’obiezione a questa eccezione è che il decreto non cambia la sostanza della legge, ma indica ai magistrati come interpretarla (da cui, appunto, la locuzione “decreto interpretativo”). Non sono riuscito a trovare il testo del decreto, quindi farò riferimento alle più recenti notizie della stampa, eventualmente intervenendo poi in caso di errori. Dato che la legge impone il termine perentorio delle ore 12 del ventinovesimo giorno precedente alle elezioni come minuto ultimo per presentare le candidature, un decreto legge che permetta le presentazione delle stesse entro le ore 16 di dieci giorni dopo appare indubbiamente una modifica e non un’interpretazione della legge. Lo stesso dicasi per l’eventuale aggiunta del termine di 24 ore per sanare le cosiddette “irregolarità formali”: esso non è previsto dalla legge, dunque non c’è alcuna difficoltà per i magistrati competenti nell’interpretare la disposizione, da cui si desume la norma «entro le ore 12 del ventinovesimo giorno prima delle elezioni tutto deve essere in ordine». Il decreto dunque non interpreta, bensì modifica la legge che poi i magistrati dovranno interpretare. Un’interpretazione si avrebbe, ad esempio, se il decreto specificasse se il minuto 00 della dodicesima ora del trentesimo giorno debba essere compreso o escluso. In questo caso, infatti, il decreto non modificherebbe la legge, bensì indicherebbe come interpretarlo, ed è evidente che il testo del decreto non fa nulla di tutto questo.

Appare dunque palese che almeno un forte dubbio di incostituzionalità ha fondamento, di conseguenza il decreto legge è passibile di annullamento, e con essa l’eventuale elezione di Roberto Formigoni e Renata Polverini, senza dimenticare che, anche in caso di sconfitta di questi due candidati l’intera elezione potrebbe essere invalidata, come già avvenuto negli anni passati in Molise. Il decreto, addirittura, si configura come un riconoscimento implicito del fatto che le liste Formigoni e Polverini siano irregolari, visto che, in caso contrario, basterebbe il ricorso alle vie ordinarie per ottenerne la riammissione e non quelle straordinarie (quale, appunto, il decreto). Per questo motivo il momento più delicato della vita democratica (ovvero le elezioni) si sta tenendo sulla cima di un castello di carte.

Nel disperato tentativo di ristabilire con la forza una situazione non legale, il Governo ha creato un vulnus e un precedente davvero pericoloso per la democrazia in Italia, poiché passa il messaggio che la Legge non è certa bensì passibile di modifiche secondo l’umore del giorno. Tutto il contrario di ciò che si aspetterebbe in uno Stato di diritto, dove la Legge è una, dura, ma certa a garanzia della libertà di tutti i cittadini.

Scarica il testo del decreto legge salvaliste da questo link

Siamo tutti addolorati, costernati, commossi per l’uccisione dei sei militari italiani avvenuta a Kabul, come sempre succede quando un dramma colpisce persone che sentiamo vicine, anche se la morte è compagna di viaggio quotidiana per tutti, in quella terra, nella generale indifferenza. E’ per questo diffuso sentimento di dolore che non possiamo lasciare che queste ore successive al dramma siano, come sempre in questi casi, dominate dalla solita roboante retorica e dalla colpevole ipocrisia di chi poteva evitare, o almeno ridurre, il rischio, ma non l’ha fatto e sembra non avere intenzione di farlo.

I nostri sei ragazzi in divisa sono gli ultimi di una serie impressionante di caduti sul lavoro. Sì, perché ormai da anni non abbiamo più il vecchio “esercito di popolo”, con la leva obbligatoria: le forze armate, si è detto, dovevano essere composte unicamente da “professionisti ben addestrati e pagati per questo lavoro”. E’ per causa del loro lavoro, quindi, che i nostri sei militari sono caduti.

Sono caduti come spesso succede alle vittime del lavoro: per colpa e negligenza di chi doveva provvedere alla loro sicurezza, tra l’indifferenza colpevole di gran parte dell’opinione pubblica. In Afghanistan i nostri soldati sono in guerra. Ma la retorica di chi governa si ostina a giocare con le parole, parlando di “missione di pace”. Per questo ai nostri militari vengono forniti mezzi e date disposizioni adatti alla pace, non alla guerra. E per questo i nostri ragazzi in divisa possono essere uccisi, come è successo: perché non hanno i mezzi necessari ad affrontare quella che loro sanno benissimo essere una guerra, ma che noi, nelle nostre discussioni da salotto, continuiamo a definire “missione di pace”. La stessa ipocrisia che portò il regime fascista a gettare alla “conquista” della Russia un esercito del tutto inadeguato alla missione: una ipocrisia che non ci meraviglia di cogliere nelle parole dell’attuale ministro della Difesa, degno erede di quella cultura colma di retorica e di morte.

Lunedì verranno celebrati i funerali di Stato dei militari uccisi: sarà una giornata di lutto nazionale e negli uffici pubblici si osserverà un minuto di silenzio. Giustissimo. Ma una domanda sorge spontanea: perché questo accade solo quando a morire è un militare (professionista) e non succede invece per tutti i caduti sul lavoro?

Non è una provocazione, ma una seria considerazione. Perché, anche se non viene ricordato spesso da chi ci governa, la Costituzione afferma che la nostra è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ogni caduto sul lavoro, quindi, è una ferita al nostro patto sociale, che ci unisce tutti intorno agli ideali condivisi alla base della vita civile nel nostro Paese.

E allora propongo: funerali di Stato, giornata di lutto nazionale, minuto di silenzio, diretta tv delle esequie con la presenza delle massime autorità in ogni luogo e in ogni caso vi sia un caduto sul lavoro: in fabbrica, nel cantiere, sulla strada, nei servizi essenziali per la salute e la sicurezza dei cittadini, nelle scuole che crollano per incuria, nelle abitazioni dove lavorano in silenzio le casalinghe…

Un paradosso? Forse, invece, sarebbe l’unico modo per riuscire a capire tutti noi, e perché soprattutto lo capisca chi ha il potere di agire, che ogni giorno una famiglia (e spesso anche più di una) piange nel nostro Paese a causa del lavoro. Forse l’unico modo perché ciò non avvenga più è che il Presidente della Repubblica, i Presidenti delle Camere, il Presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari e gli organi di informazione, servizio pubblico in testa, si rendano conto che onorando allo stesso modo ogni caduto sul lavoro, che abbia o no una divisa indosso, non avrebbero il tempo di fare null’altro, perché ogni giorno dovrebbero correre da un capo all’altro del nostro Paese. Forse allora tutti capirebbero che non c’è una classifica del dolore che provoca la perdita di chi è vittima del proprio lavoro per colpa della negligenza e dell’ipocrisia di qualcuno.

Massimo Marciano

Anche l’associazione politica “Frascati a Sinistra” aderisce all’iniziativa di sabato prossimo per la libertà dell’informazione. Il presidente, Massimo Marciano, ha inviato oggi il seguente messaggio a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario generale e presidente del sindacato unitario dei giornalisti italiani, la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), organizzatore della manifestazione:

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Caro Segretario, caro Presidente,

il direttivo dell’associazione politico-culturale “Frascati a Sinistra” ha deliberato all’unanimità la nostra adesione all’iniziativa per la libertà dell’informazione di sabato 19 prossimo, promossa dalla Fnsi a partire dalle 16 in piazza del Popolo a Roma.

Gli osservatori indipendenti internazionali segnalano con preoccupazione la retrocessione dell’Italia nelle graduatorie della libertà di stampa, precipitata nell’area dei Paesi dove l’informazione non è completamente libera: in tutti i Paesi di democrazia avanzata, a chi governa non è consentito di controllare, censurare, dileggiare la stampa nell’esercizio del suo dovere democratico di controllo del potere. Contrariamente a ciò che purtroppo accade sempre più di frequente in Italia.

Lo smantellamento, in atto da anni, delle norme faticosamente conquistate nel tempo a garanzia dei diritti dei lavoratori si fa sentire anche nel mondo dell’informazione: sono sempre di più i giornalisti, per lo più giovani, senza coperture contrattuali e normative, pagati pochi euro - anche con mesi di ritardo - per ogni pezzo “generosamente” pubblicato a esclusiva discrezione di editori poco interessati alla qualità dei contenuti e al lavoro di inchiesta, anche “scomodo”.

Difendere la libertà di informazione vuol dire difendere principi fondanti della nostra democrazia, come il diritto di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione e la sovranità popolare, garantita dall’articolo 1 ma messa a serio rischio se a chi fa informazione, a qualunque livello e in qualunque settore, non sono assicurati l’autonomia e il rispetto necessari per informare correttamente e permettere, quindi, ai cittadini di formarsi un’opinione avendo il quadro completo e corretto dei fatti.

E’ per questo che anche “Frascati a Sinistra” sarà sabato in piazza con la Federazione della stampa e tanti cittadini, singoli e associati.

Frascati, 15 settembre 2009

Il Presidente

Massimo Marciano

Tutti in piazza per il diritto dei cittadini ad essere informati, per l’esercizio del dovere di informare. Il Segretario Generale della Fnsi, Franco Siddi, spiega il significato autentico di questa protesta, e le motivazioni di natura costituzionale, la difesa dell’articolo 21, che hanno spinto la Fnsi a muoversi sul terreno della mobilitaziine, fino a portare la protesta anche in piazza, senza tralasciare gli altri momenti di confronti a tutti i livelli.

(testo tratto da Famiglia Cristiana di settembre 2009)

Giornali“Non è la prima volta che in Italia si rende necessaria una corale mobilitazione in difesa della libertà di stampa. L’informazione libera è una merce preziosa e la sua difesa riguarda tutti: abbiamo protestato a suo tempo contro il Centrosinistra, giungendo a scioperare e a manifestare contro le norme volute da Mastella, ministro della Giustizia nel Governo Prodi. Oggi rileviamo che negli ultimi mesi c’è stata e continua ancora una pressione che sta incidendo sul senso comune, sulla percezione dei valori essenziali della convivenza. Una cronaca giudiziaria limitata o impedita, pretesti sulla privacy di persone dall’assoluta caratura pubblica, crescente fastidio, talvolta disprezzo, del potere odierno, troppo spesso espresso dal presidente del Consiglio, che non desidera si disturbi il manovratore circa questioni sociali, immigrazione, povertà, crisi del lavoro. Tutto questo con l’evidente scopo di introdurre censure e autocensure.

La vicenda Avvenire rappresenta, a suo modo, un’intimidazione: attenti, chi tocca i fili cade! Ogni giorno, esternazione dopo esternazione, denuncia dopo denuncia, si moltiplicano le ragioni di chi teme a ragion veduta che si voglia arrivare all’opzione secca: applauso o silenzio. Bandita ogni possibilità di dissenso o di critica. E intanto il presidente del Consiglio dei ministri dice di sentirsi diffamato dagli articoli e dagli editoriali pubblicati da due quotidiani italiani e da diversi organi di stampa stranieri: a Repubblica ha chiesto un milione di euro a mo’ di risarcimento; all’Unità, due. Intanto, i mezzi di comunicazione che fanno capo direttamente o indirettamente al suo impero mediatico linciano chi, come l’ormai ex direttore di Avvenire Dino Boffo (al quale rinnovo la mia solidarietà), interviene con misura e civiltà nel dibattito politico in corso ovvero formula più che legittime riserve sulla condotta del premier.

Affondo finale o assenza del senso del ridicolo l’allarme per la diminuita libertà di stampa, secondo Berlusconi, è null’altro che «una barzelletta della minoranza comunista e cattocomunista che detiene la proprietà del 90 per cento dei giornali». Invece, sabato 19 settembre, persone libere, sindacati, associazioni e movimenti, ampi settori della società civile italiana si ritroveranno a Roma, su iniziativa della Federazione nazionale della stampa, per ribadire che “l’informazione non si fa mettere il guinzaglio”, come recita il titolo. Si tratta di una risposta civica per recuperare piena consapevolezza dei principi costituzionali, del valore della libertà dell’informazione in ogni stagione.

Un segnale pubblico e chiaro anche al presidente del Consiglio che, pur avendo sui media una visibilità mai avuta prima da nessun altro uomo politico, si lamenta con durezza di un sistema che è sfigurato dal suo stesso colossale conflitto di interessi. In un Paese normale l’informazione non sarebbe considerata un disturbo, e non si farebbe di tutto per limitarne i diritti. Non è possibile che la buona informazione sia solo quella che accondiscende alle posizioni del Governo (lo diciamo per oggi e per domani), che plaude alle azioni pubbliche e private del premier, chiunque esso sia. Una risposta limpida, forte e partecipata a tutto questo sarà di grande significato per noi giornalisti, interessati a salvaguardare le condizioni essenziali di esercizio del nostro lavoro e per tutti i cittadini che non vogliono vedere ulteriormente ridimensionati gli spazi di racconto dell’Italia reale”.

Franco Siddi

Segretario della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi)

Non è semplice, di fronte alla maestosità del Colosseo, sostenere che i Romani non siano stati mirabili ingegneri. Quando, però, la Storia non lascia testimonianze così tangibili, può essere possibile confondere le acque, dimenticare le responsabilità, identificare le vittime con i carnefici; così come si tenta di fare con la proposta di legge 1360 che vorrebbe equiparare i partigiani, i deportati, gli internati miliari ai militi delle varie forze armate della Repubblica sociale italiana, unendoli nel riconoscimento di una medesima onorificenza: l’Ordine del Tricolore.

 

Per ricordare in maniera concreta il 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dalla dittatura nazi-fascista e vero “compleanno” che celebra la nascita della democrazia nel nostro Paese, noi dell’associazione politica Frascati a Sinistra saremo in piazza a Frascati e ripercorreremo con dei documenti e dei manifesti la cronologia delle azioni partigiane nell’area dei Castelli Romani: sabato 25 aprile in piazza San Pietro e domenica 26 in piazza Roma, dalle 9.30 alle 13.

 

Ricorderemo la guerra di Liberazione: la guerra di quei Cittadini che, diversi per cultura, per estrazione sociale, per convinzioni politiche, seppero unirsi per spazzare via, per sempre, la dittatura nazi-fascista dal nostro Paese. Grazie a loro, alla loro scelta di campo, oggi l’Italia è una democrazia nella quale ognuno è libero di esprimere le sue convinzioni.

 

Quei Cittadini che scelsero la parte giusta erano liberali, socialisti, comunisti, cattolici, anarchici; ma soprattutto erano Donne ed Uomini che seppero distinguere il Bene dal male, il carnefice dalle vittime, il giusto dall’ingiusto.

 

Il 25 aprile è la festa di Tutti. Tutti quelli che si riconoscono nei valori della Resistenza e della Costituzione. Per testimoniarlo, per ricordarlo, per sconfiggere ogni revisionismo, saremo in piazza.

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