politica


Questa è la lettera di dimissioni che ho inviato al coordinatore provinciale e al presidente della Commissione provinciale di garanzia dell’Area metropolitana di Roma di Sinistra Ecologia Libertà:

Cari compagni,

in questo periodo, successivo alle recenti elezioni europee e amministrative, ho compiuto una profonda e silenziosa riflessione, com’è mia abitudine in questi frangenti, su quanto successo dal congresso nazionale di Sinistra Ecologia Libertà alla fase di preparazione delle liste per le due competizioni elettorali, fino all’esito del rispettivo voto.

Una riflessione e un silenzio cui sento di dover dare termine ora, dopo aver seguito commenti e dichiarazioni successive alle dimissioni dal partito di diversi compagni e compagne, di cui condivido in pieno le motivazioni, e l’insediamento del nuovo Sindaco e del nuovo Consiglio comunale nella mia città di Frascati, sulla base del voto amministrativo del 25 maggio. È un’occasione, per me, che cade proprio oggi, nel giorno del mio 51° compleanno, età nella quale occorre saper fare bilanci, anche per fare un punto del mio impegno nella politica attiva, che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni, preceduti da altri 27 anni in cui ho speso la mia partecipazione alla vita pubblica negli organi collegiali della scuola, nell’associazionismo culturale della mia città, nell’impegno professionale di cronista, immerso nella vita quotidiana delle persone e del territorio in cui vivo.

La tornata elettorale amministrativa appena passata mi ha visto partecipe in una lista e in una coalizione diverse da quella a cui è stato associato il simbolo di Sel. Nella lettera del 4 aprile scorso, in cui ho rassegnato le mie dimissioni da coordinatore politico comunale di Frascati di Sel, partito alla cui nascita e alla cui crescita nella mia città e nella provincia di Roma ho dato il mio convinto contributo fin dal primo momento, ho spiegato le mie ragioni.

Per la mia formazione culturale e per le mie convinzioni ideali non posso accettare, com’è successo a Frascati, né che un partito non rispetti i patti sottoscritti nel momento in cui decide di partecipare alle primarie di coalizione, né che la sua linea politica e le sue alleanze in sede locale vengano decise - in separata e riservata sede e senza la partecipazione di militanti e dirigenti del territorio - solo da qualche rappresentante, sia pur di levatura nazionale, non legittimato a sottoscrivere accordi locali, poi ratificati da assemblee convocate ad hoc, a cui partecipano iscritti - attraverso il tesseramento online - che nessuno dei militanti ha mai in precedenza avuto il modo di conoscere e di vedere partecipare alle iniziative politiche e ai momenti di confronto interni al partito.

Ugualmente non mi riesce di trovare coerente, con la storia politica dalla quale provengo e in cui credo, la formazione di una lista, al di fuori della coalizione del centrosinistra, che di Sinistra Ecologia Libertà abbia solamente il simbolo, mentre accoglie candidati che con il percorso di questo partito non hanno mai avuto nulla a che fare, o che chiedono la tessera all’ultimo momento per poter riempire la “casella” lasciata vuota dal coordinatore dimissionario, o che da consiglieri comunali uscenti eletti in un lista civica e poi tesserati a Sel, non hanno mai voluto iscriversi al Gruppo consiliare di Sinistra Ecologia Libertà, pur costituito, con esplicite dichiarazioni di indifferenza manifestate nel corso dell’intera consigliatura.

Valutazioni, le mie, che l’elettorato ha confermato, dando la vittoria alla coalizione “ufficiale” del centrosinistra alla quale anche io ho aderito e cancellando dalla scena politica locale Sel, partito che io e altri militanti abbiamo contribuito a costruire e che, in questa tornata amministrativa, è stato ridotto a mero simbolo elettorale svuotato di militanti.

Come un partito si comporta in sede locale, dove si è più a contatto con i cittadini, rappresenta nel concreto il modo di essere di quel partito. Ho trovato per questo l’esempio negativo dato da Sel nella mia città la concretizzazione di una prassi decisionale che mi è apparsa, per il modo in cui è stato condotto e si è concluso il recente congresso nazionale, incoerente con i principi e gli ideali che mi hanno portato a contribuire alla nascita di Sinistra Ecologia Libertà e ad aderirvi convintamente.

Chiusa la mia militanza nei Democratici di Sinistra per lo scioglimento di quel partito, con la mia adesione a Sinistra Democratica ho ritenuto di dare il mio contributo al percorso unitario di una Sinistra di governo, in grado di dare risposte a chi più ha bisogno - e sono tanti! - in questo Paese. Percorso che si è concretizzato poi in Sinistra Ecologia Libertà, superando così la dolorosa esperienza della Sinistra Arcobaleno, che si era rivelata un inutile cartello elettorale, relegando alla marginalità e alla vuota testimonianza storie politiche e ideali che si era limitata a giustapporre, senza scrivere un nuovo progetto politico.

Ho affrontato il passaggio del recente congresso di Sel con la convinzione che la strada verso quel nuovo progetto fosse tracciata nella direzione di quell’ideale di Socialismo europeo che mi aveva portato dai Ds a Sinistra Democratica. Di quell’ideale si è persa traccia nei meandri di un congresso al termine del quale forte è stata la mia convinzione che, invece del progetto originario che ha dato vita a Sel, sia stato compiuto un salto indietro nel tempo, verso una sorta di riedizione della Sinistra Arcobaleno.

L’esito della vicenda delle elezioni europee ha, con l’evidenza dei fatti, dimostrato la marginalità in cui è stata relegata Sinistra Ecologia Libertà nell’ambito del percorso intrapreso dopo il congresso. Un percorso che quindi non può vedermi partecipe, avendo aderito a questo partito con ben altre premesse.

Per tutti questi motivi, rassegno le mie dimissioni da Sinistra Ecologia Libertà e, conseguentemente, dal mio incarico di componente della Commissione provinciale di garanzia dell’Area metropolitana di Roma. Dopo dieci anni di politica attiva e 37 di impegno sociale, è giunto evidentemente il momento di prendere una pausa nella vita pubblica. Non rinuncio, comunque, il mio contributo di pensiero, in forma libera, nella mia città e sulle vicende politiche nazionali.

La vicenda amministrativa che nella mia città di Frascati si è conclusa ieri - quando il neoeletto Sindaco, secondo le prerogative conferitegli dalla legge, ha nominato una Giunta composta di persone di sua personale fiducia con il compito di rinnovare la politica superando le esperienze degli ultimi anni - mi porta a un nuovo impegno: da semplice cittadino, insieme ai miei concittadini e alle espressioni associative di Frascati, vigilerò affinché le aspettative espresse dagli elettori di cambiamento, nei metodi politici e nelle decisioni amministrative, siano tradotte correttamente in atti concreti dalla nuova amministrazione comunale.

Cari saluti.

Massimo Marciano

È da molto tempo che il dibattito politico, più che sui contenuti dei provvedimenti di legge da prendere per affrontare e risolvere alcuni nodi fondamentali per la vita quotidiana di parecchie persone, si avviluppa intorno a proclami di principio, formule di governo e alleanze, leadership sempre più costruite intorno al “culto della personalità”, proteste contro una indistinta classe politica che, sebbene colgano il senso del giusto malessere degli italiani verso chi ha avuto responsabilità nello sfascio morale e finanziario degli ultimi anni e quindi raccolgano ampio consenso, nella loro indeterminatezza finiscono spesso per non colpire nel giusto segno e quindi rimangono inefficaci.

Anche in occasione dell’attuale crisi di governo, il dibattito sui contenuti e sui provvedimenti è rimasto totalmente assente. Non intendo qui entrare nel merito di motivazioni e significato politico della defenestrazione di Enrico Letta e dell’irresistibile ascesa di Matteo Renzi: su modalità, tempi, ruolo fondamentale dei mass media (e dei gruppi finanziari che li sostengono), significato politico della scalata al governo da parte del sindaco fiorentino occorrerebbe dedicare molto tempo e un’analisi molto più approfondita.

Al di là, però, delle opinioni che ognuno può avere di quanto successo nella singolar tenzone per Palazzo Chigi, è un dato di fatto, a mio avviso, che la crisi politica che essa ha determinato poteva e doveva essere un’occasione per inserire nel dibattito quelle idee su reali iniziative di riforma legislativa che ogni governo, ogni partito, ogni persona che si occupa della “res publica” dovrebbe avere come principale punto di riferimento. Penso che quindi sia compito di ognuno di noi cercare, per come può, di introdurre nel dibattito, in ogni luogo, le proprie idee al riguardo, sulla base della propria esperienza e delle proprie competenze.

Non ho la pretesa, dal mio parziale e limitato punto di osservazione, di poter offrire un quadro completo ed esauriente di idee su cui promuovere il dibattito. Ma penso che le proprie idee su progetti legislativi e azione politica per affrontare quei nodi di cui dicevo all’inizio sia dovere di ognuno esporle.

Penso che vadano urgentemente poste nel dibattito politico alcune proposte su lavoro, pensioni e servizio pubblico radiotelevisivo che credo si possano sintetizzare in quattro punti.

- Equo compenso dei lavoratori precari

I principi contenuti nell’art. 36 della Costituzione - sull’equità e la dignità della retribuzione del lavoratore - possono trovare l’applicazione che non hanno mai avuto finora con una legge. Tale normativa dovrebbe stabilire che, ai lavoratori ai quali vengono applicate le (troppe) forme di rapporti di collaborazione oggi (purtroppo) previste, non possa essere corrisposto un compenso (oltre agli oneri sociali) inferiore, su base oraria, a quello previsto per il lavoratore subordinato dalla contrattazione collettiva di settore e alla eventuale contrattazione integrativa aziendale e/o territoriale.

Il rispetto da parte delle aziende di questa normativa, che tenderebbe a porre un freno, almeno dal punto di vista economico, alle conseguenze della proliferazione dei contratti precari, perché possa essere garantito dovrebbe essere posto come strumento essenziale affinché le aziende possano accedere a forme di sgavio fiscale, legate anche a investimenti nel campo dell’innovazione e dell’ampliamento dell’offerta di lavoro.

- Tutela del precariato intellettuale

Si parla spesso della “fuga dei cervelli” dall’Italia. Una motivazione di questo impoverimento del nostro Paese di menti e di eccellenze, oltre a corruzione e nepotismo, è data dall’utilizzo precario del lavoro intellettuale. La proliferazione delle partite Iva tra i giovani laureati, ma anche tra coloro che in età più avanzata si trovano a perdere il proprio lavoro, non corrisponde a un reale sviluppo dell’imprenditoria individuale: spesso è consegenza di un vero e proprio ricatto che subisce chi, pur di lavorare, è costretto a formalizzare una libera professione anche dove l’utilizzo del lavoratore da parte dell’azienda è fatto sostanzialmente alla stessa stregua del lavoro dipendente.

La “riforma Fornero” è intervenuta in maniera insufficiente, tra le altre cose, anche sul precariato intellettuale. Gli iscritti agli Ordini professionali, infatti, sono eslcusi, senza alcuna distinzione, dalla possibilità di vedersi riconosciuto il diritto alla conversione del proprio contratto in lavoro subordinato, così come invece riconosciuto alle altre “false partite Iva”. La legge va corretta con una norma che permetta l’applicazione dello strumento di garanzia anche ai lavoratori iscritti ad Ordini professionali, qualora vengano nei fatti costretti ad aprire una partita Iva avendo come monocommittente un’azienda alle cui dipendenze vi siano lavoratori con le stesse mansioni o che impieghino in generale lavoratori subordinati o parasubordinati.

- Revisione della legge 335/95 (riforma Dini delle pensioni)

Introducendo il calcolo interamente contributivo e coefficienti di trasformazione del montante contributivo corretti annualmente sull’aspettativa di vita, l’attuale sistema previdenziale sta condannando intere generazioni di lavoratori (soprattutto con rapporti precari e scarsamente remunerati, ma non solo loro) a un futuro di indigenza. Una riforma della previdenza obbligatoria è urgente e necessaria: l’obiettivo della riforma Dini era di mantenere i conti del sistema previdenziale in ordine (ognuno mette da parte oggi ciò con cui dovrà vivere domani quanto sarà in pensione), ma oggi rischiamo, con bassi redditi e lavori saltuari, di avere un sistema previdenziale formalmente in ordine e gente che muore di fame.

E’ possibile correggere il sistema di calcolo delle rivalutazioni annuali e i coefficienti di trasformazione sui montanti contributivi introducendo meccanismi solidaristici sulle alte retribuzioni (come succede per esempio in Svezia, anche se mi rendo conto che da noi questo vuol dire parlare di un altro pianeta) e interventi della fiscalità generale (facendo pagare le tasse a tutti, ovviamente, e possibilmente anche sui patrimoni e non solo sul lavoro) per la creazione di forme di welfare per i lavoratori precari.

- Riforma della governance della Rai

Il sistena radioteleviso pubblico è lo specchio nel quale si riflette ogni popolo. È da esso che nascono i modelli di vita e principalmente attraverso esso si forma l’opinione pubblica. Se davvero si vuole perseguire l’obiettivo di sconfiggere le “lottizzazioni” che tanto male fanno all’economia e al libero sviluppo culturale e sociale del nostro Paese, occorre un sistema di selezione dei componenti del massimo organo di governo della Rai che dia maggiore autonomia al servizio pubblico rispetto al governo e, in generale, al potere politico, prevedendo la partecipazione anche dell’utenza e dei lavoratori.

Un modello di governance che potrebbe essere garantito da una tripartizione della scelta dei membri del consiglio di amministrazione della Rai. Se ne potrebbero eleggere nove, tre per ognuna delle tre categorie quali: il Parlamento, i lavoratori e gli abbonati.

Il Parlamento in seduta comune potrebbe eleggere i propri rappresentanti a maggioranza semplice con voto limitato a un candidato (una regolamentazione che garantirebbe una rappresentanza alle minoranze). La quota di consiglieri dei lavoratori della Rai potrebbe essere assicurata dalla presentazione di candidature individuali, sui quali i dipendenti del servizio pubblico (anche quelli titolari di contratti a termine) si esprimerebbero con un voto. Possibilità di candidature individuali anche per quanto riguarda i consumatori/utenti. L’elezione, come succede già per altri organismi di altri enti, potrebbe svolgersi attraverso un sistema di voto elettronico, garantito da un meccanismo di sicurezza informatica simile a quelli già in uso altrove, da parte degli abbonati in regola con il pagamento del canone. Gli elettori/eleggibili sarebbero identificati attraverso una “card dell’abbonato”, utilizzabile anche per servizi offerti dalla Rai agli utenti, con username e password personalizzati.

Sono solo alcune proposte, che nascono da un punto di osservazione limitato e sicuramente opinabili. Ma vogliono aprire un dibattito, che sicuramente manca nel confronto politico di questi giorni e che potrebbe arricchirsi con diverse idee che nascano delle esperienze e dalle competenze di ognuno di noi. Un dibattito di cui io personalmente sento fortemente l’esigenza e al quale vorrei poter contribuire con idee ed energie.

Massimo Marciano

Palazzo Marconi, la residenza municipale

Partire dal confronto sulle idee e dall’analisi dei bisogni delle persone. Questa è la linea direttrice lungo la quale Sinistra Ecologia Libertà di Frascati ha aperto ieri il confronto con gli altri partiti del centrosinistra, con l’obiettivo di arrivare a costituire un tavolo di dibattito politico-programmatico con le forze sociali e con i cittadini in vista delle prossima tornata elettorale amministrativa.

Nella serata di ieri, i rappresentanti Sel hanno avuto un incontro con una delegazione del Partito socialista. «Un confronto interessante e approfondito - commenta Massimo Marciano, coordinatore cittadino di Sinistra Ecologia Libertà - nel quale è emerso il comune intento di partire dall’analisi dei bisogni della città cui i partiti devono dare risposta, per arrivare poi alla costituzione, sulle cose da fare e su quelle già iniziate dall’attuale amministrazione municipale da portare a termine, di una coalizione di centrosinistra rinnovata e aperta alle forze sociali che si riconoscono nei nostri valori».

Sinistra Ecologia Libertà ha annunciato di voler proseguire, nell’immediato, il confronto con le altre forze politiche del centrosinistra rappresentate a Frascati.

«Nel recente periodo - spiega Marciano - chi, come me e tanti altri, segue con interesse e apprezzamento il prezioso lavoro di informazione ai cittadini che svolgono gli organi di stampa locale, ha potuto trovare solo riferimenti a illazioni, personaggi, alleanze, candidature e auto-candidature, vere o presunte che siano queste ultime. Sinistra Ecologia Libertà intende portare nel dibattito e offrire agli analisti politici temi concreti che finora non sono emersi ma che sono essenziali per Frascati: interventi per il rilancio dell’economia locale e del lavoro, difesa delle tutele sociali, attenzione alla vocazione agricolo-ambientale, politiche integrate sul territorio per migliorare i servizi pubblici essenziali, lotta a ogni forma di discriminazione e di attacco alle pari opportunità, politiche rivolte a valorizzare la scuola pubblica e i talenti dei giovani, nonché tanti altri bisogni che raccogliamo quotidianamente dai cittadini. È su questi temi che intendiamo condurre il confronto politico e lavorare. Per Frascati. Per passione».

A chi volesse scrivere un manuale sul modo corretto di fare giornalismo, consiglio vivamente di utilizzare questo, qui sotto riportato, come chiaro esempio sia dell’opposto, sia di come non si debba mai fare un titolo: completamente avulso dal contenuto dell’articolo, con un riferimento concettuale non alla notizia ma, evidentemente, alla valutazione personale che dà della materia chi il titolo lo ha scritto.

Come è facile capire leggendo l’articolo, infatti, la notizia non è che qualcuno ritenga di vietare il diritto di cronaca su fatti penalmente rilevanti riferiti agli immigrati. E’, invece, la contestazione del potenziale incitamento all’odio razziale di un sito che elenca episodi di cronaca nera in maniera selettiva, a seconda dell’appartenenza razziale dei protagonisti.

Nel giornalismo di oggi dove, per motivi di rapidità nella lettura tra le innumerevoli fonti di notizie a disposizione, si pone molto l’accento sul titolo, che è spesso l’unica cosa che per ristrettezza di tempo viene letta, un cattivo titolo è ancora più che in passato indice di cattivo giornalismo, specialmente quando contribuisce ad alimentare visioni distorte o, peggio, a senso unico della realtà, come spesso succede quando si parla di immigrati.

Cattivo giornalismo, quando non fazioso e fuorviante.

Non a caso episodi del genere se ne segnalano spesso con riferimento a un partito politico, come Sinistra Ecologia Libertà, che si pone al di fuori della visione culturale dominante celebrata dai media più potenti per via della loro fonte finanziaria di sostentamento. Editori puri in Italia praticamente non esistono più: a finanziare i media sono gruppi che hanno forti interessi economici in settori per i quali le decisioni della politica sono vitali.

E’ molto amaro constatarlo, ma oggi spesso un certo modo di fare giornalismo - o meglio, un certo supposto giornalismo - viene meno alle regole deontologiche fondamentali della professione, piegando il dovere di separare la notizia dal commento a un preoccupante progetto di “pensiero unico”.

Massimo Marciano

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Tratto da http://www.imolaoggi.it/?p=52672

Sel: vietato pubblicare i crimini commessi dagli immigrati, è razzismo

08 giu – I deputati di Sel hanno chiesto in un’interrogazione al Ministero dell’Interno, prima firmataria Annalisa Pannarale, di assumere ogni iniziativa di competenza affinché sia valutata la sussistenza dei presupposti per l‘immediata chiusura del sito internet tutti i crimini degli immigrati (http://tuttiicriminidegliimmigrati.com/) che si propone quale sito d’informazione ed è basato su fatti di cronaca nera che avrebbero come protagonisti cittadini stranieri, migranti, rom e sinti.

I deputati ritengono che la pagina web in questione abbia l‘esito potenziale di incitare all’odio razziale e alla discriminazione, in aperta violazione dei principi della nostra Carta Costituzionale e della normativa in materia”.

Infine si legge nell’interrogazione come l’iniziativa del sito ‘Gli altri parlano d’integrazione, noi ve la mostriamo’ “si colloca peraltro nel solco di quanto sollevato con allarme dal Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD) nelle osservazioni conclusive e raccomandazioni all’Italia del 9 marzo 2012; il Comitato, infatti, aveva fatto riferimento esplicito alla diffusione preoccupante nel nostro Paese dell’incitamento all’odio razziale e di forme violente di razzismo attraverso i mass media, internet, e i social network, invitando le autorità italiane a una applicazione severa delle normative di contrasto penale alla discriminazione e all’incitamento all’odio razziale”.

Non ho molti punti di condivisione politica né con De Gasperi, né con Bianco. Ma sento di unirmi idealmente, riconoscente, a loro e a quelli che come loro hanno avuto a cuore qualcosa che oggi sembra perso: il senso dello Stato.

Rinnovamento, giovanilismo, “rottamazione” e contestazione dell’esistente in chiave populista, privi di reali progetti politico-culturali e del più elementare rispetto delle regole poste a fondamento della nascita dello stato democratico, sono solo espedienti per sostituire un sistema di potere a un altro. E non potranno mai essere paragonabili al pensiero e all’azione di chi, dalle più diverse posizioni ideali, ci ha insegnato a porre tutti, da una parte all’altra degli schieramenti, il patto sulle regole democratiche come bene supremo.

Riporto dal profilo Facebook di Laura Puppato:

Sul tema del presidenzialismo, Gerardo Bianco, presidente dell’Associazione Nazionale degli ex parlamentari, oggi ha inviato a deputati e senatori questa lettera che voglio condividere.

Gerardo BiancoCari colleghi,

è noto come Alcide De Gasperi non abbia mai interferito, in quanto Presidente del Consiglio, nei lavori dell’Assemblea Costituente, tanto da apparire, a torto, perfino disinteressato alla elaborazione del testo costituzionale.

In occasione dei Patti Lateranensi volle parlare dal suo banco di deputato, per sottolineare appunto, come scrive Leopoldo Elia, la deliberata scelta “di non interferenza governativa nell’elaborazione della nuova Costituzione”. Da Presidente del Consiglio parlò solo sul tema dell’Alto Adige. All’epoca il Banco del Governo era riservato al Comitato direttivo della Commissione dei 75.

Oggi assistiamo a un rovesciamento di impostazione. Il Governo si considera perfino come proponente di una riscrittura anche incisiva della Costituzione, con una iniziativa come quella della nomina dei 35 saggi che di per sé costituisce un’autentica anomalia in un processo di revisione costituzionale.

Una maggiore prudenza nella decisione del Governo sarebbe stata auspicabile.

Ma ciò che più desta preoccupazione è la disinvoltura con la quale si affrontano temi come quello del presidenzialismo che stravolgono alla radice l’impianto della Costituzione coerentemente fondata sulla preminenza del Parlamento.

Trasformare la Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale significa archiviare la Carta del 48 e passare a un diverso assetto costituzionale.

Per un’operazione del genere, come osservava Dossetti, non può, se non con grave forzatura, essere utilizzato l’articolo 138 della Costituzione.

Ciò che invece urge è la revisione della legge elettorale che inficia di legittimità ogni decisione, alterando la vita democratica dell’Italia. È su questo punto essenziale che dovrebbe concentrarsi l’impegno parlamentare con un Governo che ne agevoli il corso.

Soluzioni decenti per una buona legge elettorale sono possibili, prendendo soprattutto in considerazione quelle dei più grandi paesi europei, ma anche originali proposte come quelle presenti nel sito della nostra Associazione.

Sul tema del presidenzialismo, che ha sostenitori anche nella nostra Associazione, apriremo un vasto dibattito tra i soci, a partire da un convegno previsto nella prima decade di luglio.

La nostra preminente preoccupazione è che tutto si svolga in modo pienamente legittimato e democratico, cominciando, in primo luogo, a correggere le storture attuali che hanno la loro fonte nella legge elettorale che rischia di inquinare per la sua dubbia costituzionalità di illegittimità ogni atto deliberativo degli organi dello Stato.

Colgo l’occasione per inviare il più cordiale saluto.

Gerardo Bianco

Chi non dimentica la storia dell’Italia sa bene che una delle circostanze che favorirono l’ascesa al potere del partito fascista e l’instaurazione della dittatura fu, all’origine, la sottovalutazione di atteggiamenti, affermazioni e slogan, che furono declassati a pittoresche espressioni di diversità e novità. Com’è andata lo sappiamo, e le nostre città ne portano ancora le ferite, conseguenza della guerra e delle scorribande degli squadristi.

A pochi giorni di distanza dall’anniversario del discorso che il 30 maggio 1924 pronunciò alla Camera dei deputati Giacomo Matteotti, denunciando le violenze dei fascisti durante le elezioni dell’aprile precedente - discorso che gli costò il rapimento e l’assassinio da parte di una squadraccia fascista - sentire in quella stessa aula di Montecitorio risuonare oggi le vergognose parole di una giovane parlamentare della Repubblica italiana, la deputata Laura Castelli, del MoVimento 5 stelle, con cui auspica l’uso dell’olio di ricino, fa rivoltare ogni coscienza democratica.

Le parole della deputata, riportare a pagina 90 del resoconto stenografico della seduta odierna non lasciano spazio, purtroppo, a dubbi interpretativi: «Il maggior quotidiano piemontese, nello stesso giorno in cui annunciava l’arrivo del Ministro dell’interno per decidere l’apertura forzata e forzosa del cantiere della Maddalena, commentava nelle pagine a fianco una grande operazione dei carabinieri del comando di Torino sotto il titolo: “Le mafie minacciano anche le grandi opere”. Lo trovo davvero buffo. Io a questi attori sì che darei l’olio di ricino».

La polemica politica, pur legittima anche quando assume toni aspri, non giustifica né attenua la grave portata di un’affermazione indegna dell’aula che ha visto nascere la Costituzione repubblicana, democratica e antifascista che è il patto fondante della convivenza pacifica nel nostro Paese, risorto dalle macerie morali e materiali del nazifascismo. Sottovalutare il potenziale devastante della cultura giustificazionista, integralista, totalitaria e antidemocratica che è alla base di affermazioni del genere sarebbe complicità, come complice fu il silenzio di chi non volle vedere il nascente pericolo fascista.

Quel pensiero, espresso nell’aula che deve essere, sempre e comunque, il tempio della democrazia e del pacifico confronto di idee, appare ancor più grave in quanto riferito a chi, come i giornalisti, è chiamato ad assolvere un compito, qual è quello di informare correttamente l’opinione pubblica, sancito dalla Costituzione non solo con l’articolo 21, ma anche con la sua “prima pietra”: quell’articolo 1 che affida la sovranità al popolo; sovranità che i cittadini possono esercitare solo se correttamente e liberamente informati dai giornalisti, i primi contro cui si abbatte la scure punitiva dei poteri politici che governano gli stati totalitari.

Tutti noi che abbiamo a cuore i valori della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione ci attendiamo che la deputata Castelli porga, nella stessa aula offesa dalle sue parole, le sue scuse per le sue gravi affermazioni e che, magari, dedichi una parte del prezioso tempo che impiega per assolvere al suo alto ufficio allo studio della storia d’Italia, e in particolare di quel periodo in cui dell’olio di ricino, purtroppo, se ne è fatto largo uso. Sia d’esempio per i giovani come lei, la cui età non giustifica la mancata conoscenza del passato oscuro da cui l’Italia si è liberata a costo del sacrificio della vita di tanti altri giovani, e non solo giovani, per molti dei quali l’olio di ricino non è stato affatto una espressione verbale.

Massimo Marciano

Renzi è apertamente contrario al finanziamento pubblico dei partiti, che sia però abbinato a una stringente regolamentazione e a un controllo indipendente autorevole e pubblico sulla rendicontazione. La “privatizzazione” della politica lascerebbe spazio solo a chi può contare sull’appoggio dei grandi poteri economici. Questa strana coppia (ma è poi veramente “strana” conoscendo le idee renziane?) non è che l’inizio delle “prove tecniche” di matrimonio politica- finanza.

E’ a questi “sposi” che vogliono affidare il Paese gli italiani che hanno il problema di arrivare a fine mese? Se la politica potrà essere fatta solo con i grandi finanziatori privati, chi potrà mai adeguatamente rappresentare i diritti di chi non ha alle spalle il potere del grande capitale?

Massimo Marciano 

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2013/1-giugno-2013/-renzi-briatore-pranzo-segreto-2221436388626.shtml?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook

IERI A FIRENZE

Renzi-Briatore, strana coppia a pranzo

Il Rottamatore e l’imprenditore si incontrano a tavola per parlare di politica insieme al manager di Benigni Lucio Presta. «Il sindaco? Lo voterei al 100%»

FIRENZE - Che ci facevano a pranzo insieme Matteo Renzi e Flavio Briatore? Venerdì, a Firenze, il (post) Rottamatore e il manager bon viveur hanno chiacchierato a lungo, gustando pesce in un noto ristorante della città. I due pare non si conoscessero di persona: a organizzare l’incontro ci ha pensato Lucio Presta (anche lui a tavola), manager di Roberto Benigni, in ottimi rapporti con Renzi, che anche quest’estate (dal 20 luglio al 6 agosto) ospiterà il comico toscano in piazza Santa Croce, dove tornerà a cantare la Divina Commedia.

A TAVOLA - Oltre che discutere di politica, non è escluso che il manager si sia offerto di dare una mano (economica) all’attività politica del sindaco-aspirante-premier. Una strana coppia a tavola, proprio nel momento in cui Renzi sta andando a caccia di consensi a sinistra, mentre Briatore dal «rosso» è sempre stato a debita distanza. Però, al fondatore del Billionare, il Rottamatore «piace perché combatte le vecchie mummie». E poi: «Renzi? Finalmente uno che dice cose normali: se si candidasse premier lo voterei al 100%».

Claudio Bozza
claudio.bozza@rcs.it
01 giugno 2013

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La rappresentazione plastica di quello che è successo nella politica italiana nei tre giorni che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica sta tutta in quella risata con cui Silvio Berlusconi, attorniato dalla sua corte come nei giorni migliori, ha accolto nell’aula di Montecitorio il raggiungimento del quorum del vecchio-neo presidente. E’ lui l’unico vincitore di questa partita, riesumato dopo la frana elettorale che l’aveva sepolto e ora titolare di una pesante ipoteca sul Quirinale: quello di oggi e soprattutto quello destinato ad ospitare il prossimo presidente.

Torna il vecchio Caimano e mette a nudo improvvisamente la incapacità di tutti gli altri protagonisti di questa prima fase post-elettorale. Pierluigi Bersani, senza dubbio, che in tre giorni, dopo aver mantenuto per un mese e mezzo una linea coerente con quella con cui si è presentato alle elezioni, è riuscito nell’impresa da record (un giorno, forse, nelle sue memorie ci spiegherà il recondito perché di questa sua metamorfosi) di distruggere contemporaneamente la sua coalizione e il suo partito.

Ma anche Beppe Grillo. Nonostante cerchi con i suoi soliti proclami di assegnarsi una vittoria che nei fatti non c’è e ora si è invece autorelegato ai margini pur con tutti i suoi parlamentari, Grillo con il suo testardo isolazionismo politico ha perso l’occasione, 45 giorni fa, di dettare le sue condizioni al governo che poteva nascere. Ha nei fatti permesso così che la situazione impantanata producesse quello che un mese e mezzo fa lui aveva il potere di evitare, ovvero il governo di larghe intese e quindi la cementificazione di quella classe politica che voleva scardinare. A meno che non fosse invece questa la sua reale intenzione (ma certo non quella dei suoi elettori): non lasciarsi invischiare nelle responsabilità di governo e vivere di rendita sulla protesta popolare. Alla faccia del rinnovamento e della risoluzione dei problemi drammatici che vivono milioni di persone.

Ma il bis di Napolitano nasconde anche, come si diceva, una pesante ipoteca sul Quirinale e sul Paese da parte del Caimano. Al netto delle valutazioni di merito sull’operato del presidente uscente-rientrante, la cui visione politica è chiara espressione di quelle larghe intese perseguite prima con il governo Monti, fortemente da lui voluto (anche con una istituzionalmente incomprensibile nomina a senatore a vita), e poi con un mancato incarico governativo a un esponente della maggioranza relativa di centrosinistra, in attesa di un lavoro dei “saggi” di cui non sono ancora chiari i contorni costituzionali e politici.

Al netto di queste valutazioni, quindi, l’avventatezza della gioiosa esultanza dei grandi elettori del Pd alla proposta dello storico bis presidenziale, formalmente coerente con la lettera della Costituzione ma forzatamente innovativo di una prassi che trovava la sua giustificazione nella logica democratica, sta nella circostanza che è del tutto naturale prevedere che il rinnovato presidente non abbia l’intenzione di arrivare al termine naturale del mandato, festeggiando ancora al Quirinale il suo 95° compleanno. Logico è supporre che il secondo mandato accompagni Napolitano alla soglia delle 90 primavere e che quindi tra un paio d’anni al massimo lo stesso presidente possa porre la questione della sua successione presentando le sue dimissioni.

Due anni sono un tempo sufficiente per far sì che, o con l’approvazione di una nuova legge elettorale o per consunzione di una maggioranza eterogenea come quella che, rieletto Napolitano, si appresta a dare un governo al Paese, ci siano nuove elezioni e un nuovo parlamento. Nel quale, con la dissoluzione del centrosinistra e il logoramento cuocendo nel proprio bordo isolazionista del Movimento 5 stelle, la palla della partita politica torni a lui: il redivivo e immarcescibile Caimano. Che a questo punto, fra un paio d’anni, potrebbe avere i numeri per coronare il suo sogno: attivare l’ipoteca che ha iscritto ieri sul Quirinale. E quindi sul Paese.

Un capolavoro, insomma, è stato per lui ciò che si è consumato in questi ultimi tre giorni a Montecitorio.

C’è una strada per non morire berlusconiani? Una, stretta ma necessaria. Ripartire dalla base: quella dei militanti del Pd, che hanno fino a ieri sinceramente creduto nel progetto di un soggetto che non è mai stato partito ma solo confederazione di correnti e conventicole, e quella di quei militanti della sinistra che in quel progetto non si sono mai riconosciuti, pur credendo sempre nel valore dell’incontro e dell’alleanza. Se sapremo raccogliere queste energie e amalgamarle in un progetto che sappia parlare alle persone, ma anche ascoltarle e farle partecipare alla costruzione di un modello culturale (prima ancora che di un partito) alternativo a quello rappresentato dalle oligarchie che si apprestano a ri-governare l’Italia, il Caimano rimarrà solo un film del nostro passato.

Massimo Marciano

Sono profondamente deluso e fortemente arrabbiato per la pervicace volontà di una classe dirigente completamente scollegata dalla realtà del tempo e dal sentimento diffuso delle persone, com’è quella del Partito democratico, di riprodurre un sistema di potere che non permette a questo Paese di liberarsi definitivamente dall’oppressione culturale e politica del ventennio berlusconiano. Come ha giustamente detto Nichi Vendola, è Silvio Berlusconi il vero vincitore di una partita che è stata giocata fin dall’inizio per forzare la costruzione di un governo di larghe intese che riporti in vita il Cavaliere, sepolto dalle urne.

Non si può che essere all’opposizione, insieme a tutte quelle forze sane di rinnovamento che si sono raccolte intorno ai valori costituzionali e di garanzia democratica rappresentati dalla scelta di indicare una personalità degnissima e capace come quella di Stefano Rodotà per la carica di presidente della Repubblica. Rimangano oscuri i contorni della scelta di chi, nel Pd, ha detto no a questa opzione di reale cambiamento, fortemente sostenuta dal sentimento popolare e in linea con l’accordo elettorale del centrosinistra.

E’ chiara, invece, la strada che ci aspetta, a noi che nel Pd non ci siamo mai riconosciuti e a coloro che vedono oggi disattese le speranze che avevano riposto in quel partito: la costruzione, insieme, di una nuova unitaria opzione politica di sinistra che persegua con rinnovata energia quel cambiamento che è chiesto a gran voce dai cittadini.

Seguo con profonda emozione e partecipazione le vicende che riguardano la mia terra di origine, con la convinzione che dobbiamo contribuire tutti, ognuno con il proprio impegno personale e nel proprio ruolo, a mantenere alta la guardia per respingere le minacce che da luoghi nascosti e per finalità oscure vengono portate alla pacifica convivenza di una comunità che ha sempre fatto del lavoro e della partecipazione democratica le proprie bandiere.

http://www.paesesera.it/Cronaca/Bomba-in-un-centro-scommesse-Esplosione-nella-notte-a-Cassino

http://www.frosinoneweb.net/2013/04/11/a-fuoco-nella-notte-agenzia-di-scommesse-attentato/

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