Informazione


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C’ è una questione di fondo alla base della vicenda che sta portando alle continue bocciature, fra Tar e Consiglio di Stato, del piano di riordino della rete sanitaria regionale varato dalla governatrice del Lazio, Renata Polverini, che prevede tra l’altro chiusure di reparti e depotenziamento di ospedali di provincia, come quello di Frascati: l’ultimo, in ordine di tempo, per il quale è arrivato lo stop all’esecuzione del piano da parte del giudice amministrativo. È una questione che si aggiunge, ma va al di là, delle due sulle quali si è più discusso finora e che sono il nucleo dell’agire politico dei governi di centrodestra, come quello della Polverini, ovvero:

1) il depotenziamento e, spesso, lo svilimento del pubblico (la sanità come la scuola, la ricerca, i servizi sociali, la Rai…) a favore del privato, ritenuto più produttivo economicamente (a favore di alcuni) e più affidabile (politicamente);

2) il seguire, per catturare il consenso elettorale, le contingenze del momento, anche a costo di sacrificare i progetti di consolidamento sul lungo periodo. È quello che è successo con l’annuncio di promesse che, si sapeva, mai si sarebbero potute mantenere nei confronti dei cittadini di Marino su faraonici progetti per il loro ospedale a danno di quello di Frascati, il tutto solo per favorire la rielezione del sindaco “amico” Adriano Palozzi, come risarcimento per la sua mancata candidatura alla Regione dopo le note vicende che hanno portato all’esclusione della lista del Pdl nella circoscrizione della provincia di Roma.

L’altra e meno evidente questione è rappresentata dalla centralizzazione dei servizi più “sensibili” per i cittadini al fine di una migliore gestione del loro senso di sicurezza per ricavarne consenso politico. Strumento essenziale di questa operazione è l’informazione dei grandi media.

Spiego questo mio assunto partendo proprio dalla sanità, servizio che incide tutt’altro che metaforicamente sulla vita delle persone.

Nell’esperienza di ognuno di noi che viviamo in provincia c’è sicuramente il ricordo di almeno una persona - parente, amico, collega, conoscente… - che per affrontare una seria patologia si è rivolto alle grandi strutture della capitale: Umberto I, Gemelli, Tor Vergata, S. Giovanni o altro grande ospedale. É evidente, infatti, che al di là dell’emergenza, le grandi strutture, gli attrezzati policlinici, sono in grado - per personale, professionalità e strumentazione - di curare adegutamente le patologie che nessuno di noi si sentirebbe di affrontare in un piccolo ospedale, anche se a due passi da casa.

Ma perché sono tutte a Roma queste grandi strutture? La salute dei cittadini lontani dalla capitale non merita altrettanta tutela?

Partendo da questa considerazione, gli ultimi governi regionali del Lazio guidati dal centrosinistra hanno avviato una politica sanitaria che, da un lato, mirava al rafforzamento di alcuni dipartimenti per l’emergenza in aree cruciali (da qui i finanziamenti destinati, ad esempio, alla ristrutturazione e all’ammodernamento del pronto soccorso di Frascati). Dall’altro lato, si è progettata la realizzazione di una grande struttura sanitaria, il cosiddetto “ospedale dei Castelli Romani”, posto in posizione baricentrica rispetto alle direttrici di traffico dell’hinterland a sud di Roma, ad Ariccia, in grado di concentrare le professionalità e le attrezzature necessarie per affrontare “in loco” le patologie per le quali non sono al momento attuale adeguatamente strutturati i piccoli ospedali cittadini dell’area di riferimento.

Non solo. La cura della salute veniva intesa non solo come lotta al momento acuto della malattia, quello che comporta il ricovero ospedaliero, ma come cura diffusa, attraverso il potenziamento di presidi e servizi, anche domiciliari, sul territorio, in grado di agire prima, dopo e anche senza il momento acuto della malattia.

Questa impostazione è stata completamente stravolta dal piano sanitario della Polverini, che non a caso sta affossando anche il progetto dell’ospedale dei Castelli. La filosofia di fondo del piano della governatrice del Lazio sta nello spostamento di risorse non solo verso la sanità privata, riprendendo così la “filosofia” dell’ex governatore laziale ed ex ministro della Salute Francesco Storace, che con i finanziamenti dirottati verso la sanità privata ha grandi responsabilità nella creazione del deficit al quale ancora oggi occorre porre rimedio. Lo spostamento di risorse è anche dalla periferia verso il centro: dai territori provinciali verso Roma. Anche a costo di rischiare il collasso di strutture sanitarie, come Tor Vergata, poste ai confini.

E qui arrivo alla questione di fondo a cui facevo cenno all’inizio.

Lo spostamento verso il centro delle risorse non riguarda solo la sanità e non è opera della sola Polverini, ma dell’intero centrodestra ad ogni livello di governo. Solo pochi giorni fa, il sindacato di polizia della Cgil denunciava la sottrazione di risorse essenziali per i commissariati di provincia, come le volanti, a favore della Questura di Roma. I giornalisti della testata regionale della Rai, da settimane, sono in agitazione contro il progetto di centralizzazione dell’informazione locale che porterebbe alla soppressione della terza edizione del Tg regione, sostituita con un nuovo appuntamento informativo che andrebbe in onda sul canale allnews, Rainews 24, togliendo a sua volta spazi a una testata giornalistica non gradita al governo, e soprattutto al suo capo, per la sua “eccessiva autonomia” dalla politica.

Questa centralizzazione di servizi essenziali ha il suo complemento nel suo esatto opposto, ovvero il progressivo trasferimento in periferia e in provincia delle situazioni più problematiche: campi nomadi (semplicemente spostati di qua e di là, ogni volta con grande risalto mediatico, ma sono sempre le stesse persone che vengono trasferite) e discariche (a quando la raccolta differenziata a pieno regime a Roma, sindaco Gianni Alemanno?) in primo luogo.

La questione di fondo, quindi, sta proprio qui. Il centrodestra sta concentrando le risorse nelle gradi aree urbane, depotenziando periferie e provincia, per poter presentare all’opinione pubblica, attraverso un’informazione anch’essa centralizzata e rivolta unicamente a esaltare il “salotto buono”, una realtà “percepita” e non concreta. Lasciando fuori dall’attenzione della politica e dei media le altre comunità. Ne è un ulteriore esempio la “macelleria” degli Enti locali, e dei servizi essenziali che a loro compete assicurare ai cittadini, operata con le recenti manovre economiche del governo (a proposito: la legge per Roma Capitale permette al bilancio capitolino delle “libertà” che a quelli degli altri Comuni non sono concesse).

Da ciò deriva che ogni ipotesi di alternativa deve partire dalla considerazione che la dimensione locale, lungi dall’essere interpretata in funzione di una chiusura campanilistica come è invece vista dalla Lega, è la chiave di volta di un rafforzato rapporto della politica con i cittadini. E il ruolo dell’informazione locale, a livello regionale, cittadino o di quartiere, è strumento essenziale perché i cittadini possano, ad ogni livello, operare consapevoli scelte nell’esercizio della sovranità popolare sancita dalla Costituzione.

Massimo Marciano

Giovedì 30 giugno alle ore 20.30

appuntamento davanti alla Associazione Stampa Romana

piazza della Torretta 36

Pierpaolo FaggianoDi precariato si può anche morire: la storia di Pierpaolo Faggiano insegna come dietro una parola abusata nel lessico della politica e del sindacato, ci siano storie di donne e di uomini, percorsi individuali e collettivi di fronte ai quali pretendiamo prima rispetto e poi soluzioni concrete.

Ecco perché abbiamo dato vita all’iniziativa “Per non morire più di lavoro”. I giornalisti freelance e collaboratori dell’Associazione stampa romana organizzano una fiaccolata in ricordo di Pierpaolo Faggiano, giornalista precario 41enne della provincia di Brindisi suicidatosi nei giorni scorsi.

L’appuntamento è per giovedì 30 giugno alle ore 20.30 davanti alla sede dell’ Associazione Stampa Romana, piazza della Torretta 36. Il corteo si muoverà poi alla volta di piazza Montecitorio, attraverso via Campo Marzio e via Uffici del Vicario, per terminare di fronte alla Camera dei Deputati. Hanno aderito la segreteria dell’Asr, la consulta dei Freelance e dei collaboratori dell’Asr, la Commissione regionale Lavoro Autonomo del Lazio, la Commissione Nazionale lavoro autonomo e la Federazione Nazionale della Stampa.

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Fonte: comunicato dell’Associazione stampa romana

Dichiarazione del segretario dell’Associazione stampa romana, Paolo Butturini:

C’è chi, come Gianfranco Miccichè, minaccia i cronisti (il collega Francesco Viviano de La Repubblica). C’è chi, come Augusto Minzolini, rimuove un caporedattore centrale (Massimo De Strobel)  e tre conduttori del Tg1 (Paolo Di Giannantonio, Piero Damosso e Tiziana Ferrario) per “militarizzare” la testata. C’è chi licenzia un giornalista in spregio alla legge e agli accordi sindacali, è successo a Il Giorno. Ci sono decine di giornalisti minacciati ogni giorno dalla criminalità. Si penalizzano economicamente i collaboratori rendendoli ancor più precari e ricattabili di quanto siano. C’è, infine, chi si prepara a fare le cose in grande stile, ovvero il ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, che accelera sul “Ddl intercettazioni” per mettere il definitivo bavaglio alla libertà di informazione.

L’elenco è parziale, ma sufficiente a dimostrare che in Italia è in atto un attacco senza precedenti al diritto dei cittadini a essere correttamente informati. Non è cosa alla quale si possa rispondere con un comunicato. Non è argomento che dipenda da questa o quella maggioranza politica. Ci vuole un altro “3 ottobre”, occorre unire le forze politiche e sociali, i cittadini, le associazioni, di qualsiasi schieramento, che abbiano a cuore la democrazia. E’ il momento di un’assunzione di responsabilità di tutti gli organismi della categoria che devono parlare ai cittadini, loro unico editore di riferimento.

In tutto questo è incomprensibile l’atteggiamento del vertice nazionale dell’Ordine dei Giornalisti che, forse distratto dalle imminenti elezioni e dai giochini di potere di questo o quel capo corrente, non si accorge di ciò che sta accadendo. Il rischio è che chiunque sia eletto governi una professione privata del suo fondamento vitale: la libertà.

La sola Fnsi e alcune Associazioni regionali, sembrano aver compreso l’importanza della posta in gioco. Per questo, come segretario dell’Associazione Stampa Romana,  chiedo al presidente Roberto Natale di convocare un Consiglio nazionale straordinario, al segretario generale Franco Siddi di organizzare una sessione straordinaria della Consulta Nazionale dei Cdr e dei Fiduciari che abbiano al centro il tema della difesa della libertà di informazione e le iniziative che i giornalisti italiani vogliono intraprendere. Chiedo al segretario generale di investire della questione, come già ha fatto in passato, anche gli organismi europei dei giornalisti. Occorre organizzare una resistenza democratica, pacifica ma ferma, mettere in conto una disobbedienza civile, in nome dei valori dell’articolo 21 della Costituzione.

E’ stata decisa dagli organizzatori la nuova data della manifestazione per la libertà dell’informazione: è sabato 3 ottobre prossimo. Lo slittamento dell’iniziativa era stato annunciato questa mattina dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), promotrice insieme ad associazioni e movimenti dell’appuntamento, in segno di rispetto e di lutto per la morte di sei militari italiani, vittime oggi di un attentato a Kabul.

La Federazione nazionale della stampa italiana comunica:

“Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale  capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, d’intesa con le altre organizzazioni aderenti (Cgil, Acli, Arci, Art. 21, Libertà è Giustizia e numerose associazioni sindacali, sociali e culturali), di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo.

In un momento tragico come questo ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan. Sono morti  dell’Italia che paga oggi un pesante tributo nella frontiera della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo. Il nostro rispettoso pensiero va subito ai soldati caduti, alle loro famiglie, alle Forze Armate che, in un Paese martoriato, rappresentano la nostra comunità in ossequio a risoluzioni dell’Onu, in una complicata ricerca di una via di uscita dell’Afghanistan dal terrore verso la democrazia.

I giornalisti, che hanno pagato alti prezzi di sangue per il diritto-dovere di informare  compiutamente i cittadini su dolorose vicende belliche e del terrorismo in ogni parte del mondo, rinnovando la solidarietà e il cordoglio nei confronti di tutti i caduti e delle loro famiglie, riconfermano l’impegno permanente per un’ informazione che dia sempre voce alle ansie, alle speranze, alle idee di tutti”.

L’associazione “Articolo 21″, tra le promotrici dell’iniziativa di sabato 19, a sua volta ha diffuso la seguente nota:

“Condividiamo la decisione dell’Fnsi di rinviare la manifestazione di sabato di fronte a quello che è accaduto in Afghanistan. Non si può certo far finta di nulla. Ed è necessario che l’intera comunità nazionale osservi un momento di silenzio e di sobrietà da parte di tutti. Quella sobrietà non molto diffusa in questa stagione…” Lo afferma il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. “Articolo21 listerà a lutto il proprio sito fino ai funerali…” Fin d’ora dichiariamo naturalmente la nostra più assoluta disponibilità ad aderire e partecipare al nuovo appuntamento che, inevitabilmente, dovrà essere presto convocato anche perchè non possiamo far finta di non vedere che anche in queste ore continuano gli assalti alla Corte costituzionale e agli organi di informazione”.

cartello_case_abruzzo.jpgA ben pensarci, Silvio Berlusconi in Libia, per festeggiare il quarantennale della dittatura del suo caro amico Gheddafi, invece delle Frecce tricolori avrebbe fatto bene a portare il suo fido Augusto Minzolini, attualmente fatto accomodare sulla poltrona di direttore del Tg1. In effetti, l’abilità dei direttore della newsletter aziendale di Palazzo Chigi negli esercizi acrobatici è senza pari. L’ultima riprova del triplo salto mortale e mezzo con avvitamento nell’arte di “raccontare senza dire”, stasera al Tg1 delle 20.

Servizio di apertura sulla consegna delle prime case ai terremotati abruzzesi. Grande enfasi sul “premier” che taglia il nastro e audio della sua roboante dichiarazione sull’impegno difficile, ma assolto. Poi, primo piano sugli occhi sgranati della signora che esplora la sua nuova casa e trova persino gli armadietti pieni. E qui l’acrobata, all’improvviso, volteggia sulle teste degli ignari spettatori.

Il “numero” è contenuto in cinque - dico CINQUE - parole gettate lì, come inciso, nel corso del servizio dell’inviata del Tg “made in Minzolini”, che mentre parla delle abitazioni inaugurate dal Cavaliere le definisce: “Le case costruite dai trentini”.

Che vuol dire? E adesso che ci azzeccano i trentini? Quando mai, tra un sorriso e l’altro del datore di lavoro, si era prima parlato di Trento? Se, per disgrazia, qualche ingenuo spettatore non distratto dai preparativi per la cena avesse prestato attenzione a quelle cinque - dico CINQUE - parole gettale lì a caso in una frazione di secondo del servizio dell’inviata, cosa avrebbe capito?

Per capire veramente, occorrerebbe che un giornalista - no, non aggiungo aggettivi, tipo “corretto”, “onesto”, “bravo”… basta essere semplicemente un giornalista, e non qualcosa d’altro non ben definito - spiegasse con un po’ più di cinque - dico CINQUE - parole quanto segue.

Quelle 94 case di legno consegnate oggi ai terremotati abruzzesi sono state costruite su iniziativa della Protezione civile con un progetto della Provincia autonoma di Trento, finanziato dalla Croce Rossa con cinque milioni e 200 mila euro da essa raccolti grazie alla solidarietà degli italiani, con le loro donazioni (come si capisce anche dal cartello riprodotto qui in alto in foto).

E allora che c’entra Berlusconi? Niente, assolutamente niente. Il suo governo non ha fatto nulla per realizzare quelle case. Ma il miglior venditore di fumo degli ultimi 150 anni della storia d’Italia una cosa l’ha fatta: ha tagliato il nastro. Ma tanto gli è bastato per avere tutti per sé i riflettori del fido Minzo. Che, a riprova di ciò che intende per “servizio pubblico”, ha assolto il suo dovere di completezza di informazione con quelle cinque - dico CINQUE - parole. E ovviamente nessuna domanda: tanto, si sa, il nuovo editto del Monarca ha abolito le domande.

Massimo Marciano

Anche l’associazione politica “Frascati a Sinistra” aderisce all’iniziativa di sabato prossimo per la libertà dell’informazione. Il presidente, Massimo Marciano, ha inviato oggi il seguente messaggio a Franco Siddi e Roberto Natale, rispettivamente segretario generale e presidente del sindacato unitario dei giornalisti italiani, la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), organizzatore della manifestazione:

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Caro Segretario, caro Presidente,

il direttivo dell’associazione politico-culturale “Frascati a Sinistra” ha deliberato all’unanimità la nostra adesione all’iniziativa per la libertà dell’informazione di sabato 19 prossimo, promossa dalla Fnsi a partire dalle 16 in piazza del Popolo a Roma.

Gli osservatori indipendenti internazionali segnalano con preoccupazione la retrocessione dell’Italia nelle graduatorie della libertà di stampa, precipitata nell’area dei Paesi dove l’informazione non è completamente libera: in tutti i Paesi di democrazia avanzata, a chi governa non è consentito di controllare, censurare, dileggiare la stampa nell’esercizio del suo dovere democratico di controllo del potere. Contrariamente a ciò che purtroppo accade sempre più di frequente in Italia.

Lo smantellamento, in atto da anni, delle norme faticosamente conquistate nel tempo a garanzia dei diritti dei lavoratori si fa sentire anche nel mondo dell’informazione: sono sempre di più i giornalisti, per lo più giovani, senza coperture contrattuali e normative, pagati pochi euro - anche con mesi di ritardo - per ogni pezzo “generosamente” pubblicato a esclusiva discrezione di editori poco interessati alla qualità dei contenuti e al lavoro di inchiesta, anche “scomodo”.

Difendere la libertà di informazione vuol dire difendere principi fondanti della nostra democrazia, come il diritto di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione e la sovranità popolare, garantita dall’articolo 1 ma messa a serio rischio se a chi fa informazione, a qualunque livello e in qualunque settore, non sono assicurati l’autonomia e il rispetto necessari per informare correttamente e permettere, quindi, ai cittadini di formarsi un’opinione avendo il quadro completo e corretto dei fatti.

E’ per questo che anche “Frascati a Sinistra” sarà sabato in piazza con la Federazione della stampa e tanti cittadini, singoli e associati.

Frascati, 15 settembre 2009

Il Presidente

Massimo Marciano

Tutti in piazza per il diritto dei cittadini ad essere informati, per l’esercizio del dovere di informare. Il Segretario Generale della Fnsi, Franco Siddi, spiega il significato autentico di questa protesta, e le motivazioni di natura costituzionale, la difesa dell’articolo 21, che hanno spinto la Fnsi a muoversi sul terreno della mobilitaziine, fino a portare la protesta anche in piazza, senza tralasciare gli altri momenti di confronti a tutti i livelli.

(testo tratto da Famiglia Cristiana di settembre 2009)

Giornali“Non è la prima volta che in Italia si rende necessaria una corale mobilitazione in difesa della libertà di stampa. L’informazione libera è una merce preziosa e la sua difesa riguarda tutti: abbiamo protestato a suo tempo contro il Centrosinistra, giungendo a scioperare e a manifestare contro le norme volute da Mastella, ministro della Giustizia nel Governo Prodi. Oggi rileviamo che negli ultimi mesi c’è stata e continua ancora una pressione che sta incidendo sul senso comune, sulla percezione dei valori essenziali della convivenza. Una cronaca giudiziaria limitata o impedita, pretesti sulla privacy di persone dall’assoluta caratura pubblica, crescente fastidio, talvolta disprezzo, del potere odierno, troppo spesso espresso dal presidente del Consiglio, che non desidera si disturbi il manovratore circa questioni sociali, immigrazione, povertà, crisi del lavoro. Tutto questo con l’evidente scopo di introdurre censure e autocensure.

La vicenda Avvenire rappresenta, a suo modo, un’intimidazione: attenti, chi tocca i fili cade! Ogni giorno, esternazione dopo esternazione, denuncia dopo denuncia, si moltiplicano le ragioni di chi teme a ragion veduta che si voglia arrivare all’opzione secca: applauso o silenzio. Bandita ogni possibilità di dissenso o di critica. E intanto il presidente del Consiglio dei ministri dice di sentirsi diffamato dagli articoli e dagli editoriali pubblicati da due quotidiani italiani e da diversi organi di stampa stranieri: a Repubblica ha chiesto un milione di euro a mo’ di risarcimento; all’Unità, due. Intanto, i mezzi di comunicazione che fanno capo direttamente o indirettamente al suo impero mediatico linciano chi, come l’ormai ex direttore di Avvenire Dino Boffo (al quale rinnovo la mia solidarietà), interviene con misura e civiltà nel dibattito politico in corso ovvero formula più che legittime riserve sulla condotta del premier.

Affondo finale o assenza del senso del ridicolo l’allarme per la diminuita libertà di stampa, secondo Berlusconi, è null’altro che «una barzelletta della minoranza comunista e cattocomunista che detiene la proprietà del 90 per cento dei giornali». Invece, sabato 19 settembre, persone libere, sindacati, associazioni e movimenti, ampi settori della società civile italiana si ritroveranno a Roma, su iniziativa della Federazione nazionale della stampa, per ribadire che “l’informazione non si fa mettere il guinzaglio”, come recita il titolo. Si tratta di una risposta civica per recuperare piena consapevolezza dei principi costituzionali, del valore della libertà dell’informazione in ogni stagione.

Un segnale pubblico e chiaro anche al presidente del Consiglio che, pur avendo sui media una visibilità mai avuta prima da nessun altro uomo politico, si lamenta con durezza di un sistema che è sfigurato dal suo stesso colossale conflitto di interessi. In un Paese normale l’informazione non sarebbe considerata un disturbo, e non si farebbe di tutto per limitarne i diritti. Non è possibile che la buona informazione sia solo quella che accondiscende alle posizioni del Governo (lo diciamo per oggi e per domani), che plaude alle azioni pubbliche e private del premier, chiunque esso sia. Una risposta limpida, forte e partecipata a tutto questo sarà di grande significato per noi giornalisti, interessati a salvaguardare le condizioni essenziali di esercizio del nostro lavoro e per tutti i cittadini che non vogliono vedere ulteriormente ridimensionati gli spazi di racconto dell’Italia reale”.

Franco Siddi

Segretario della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi)

Franco SiddiIl Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi, ha dichiarato:

“Il rinvio di Ballarò per favorire la trasmissione di Porta a Porta sul terremoto e la consegna delle nuove case ai danneggiati del sisma è una scelta irrispettosa verso il pubblico. Se c’è chi vuole la monofrequenza lo dica chiaramente e si confronti, sul piano delle idee e delle progettualità, con chi invece ritiene insopprimibile il pluralismo, non solo politico ma anche quello dei cittadini all’opzione sulla base di un’offerta plurale. E questa offerta deve essere garantita e non compressa dal servizio pubblico. Se qualcuno vuole la monofrequenza, e la tv monocorde, abbia il coraggio di dirlo e di misurarsi con chi ritiene che questa non sia la scelta giusta. Certo è che non ha precedenti la scelta di rimandare una trasmissione di informazione, che ha un suo pubblico consolidato e che, nella circostanza, andava lasciato libero di scegliere se sintonizzarsi su Ballarò o cambiare e, per una volta, fare una scelta diversa. Oggi tutto ciò è impedito con una decisione aziendale che non ha precedenti.

Non si tratta di discutere la bontà o meno dell’unica trasmissione informativa, di prima serata del servizio pubblico tenuta in programmazione per domani sera, né si può ridurre a dispute di conduttori quanto accade; tanto fuori luogo e sciagurata appare la scelta.

Bene ha fatto il Presidente Zavoli a convocare subito la Commissione di Vigilanza ma, chi può e deve, meglio farebbe a correggere, perché ancora in tempo, le decisioni prese”.

Comunicato stampa dell’Unci (Unione Nazionale Cronisti Italiani), gruppo dispecializzazione della Fnsi (Federazione nazionaledella stampa italiana)

Omicidio a Ivrea: silenzio con i giornali e i cittadini

Esposto al Csm: la Procura applica prima dell’approvazioneil ddl Alfano

I cittadini di Ivrea, e gli altri piemontesi, hanno appreso ieri, lunedì 13, che martedì 7 luglio, nella sua abitazione  nel vicino paese di Strambino, era stato assassinato un uomo di 56 anni con alcuni precedenti penali. Per  una settimana  la Procura della Repubblica,  che coordinava le indagini sulla morte, e i Carabinieri, che le svolgevano, hanno taciuto.

Quando i cronisti sono venuti a conoscenza dell’accaduto dal passaparola degli abitanti e hanno chiesto informazioni ufficiali, hanno incontrato soltanto un muro di imbarazzato silenzio. Inquirenti e investigatori hanno, cioè, deliberatamente evitato di informare l’opinione pubblica arrogandosi loro il potere di decidere cosa,  e se mai quando, i cittadini possono sapere di quanto accade.

Una violazione plateale e clamorosa del diritto ad essere informato che l’art. 21 della Costituzionericonosce  a ciascun italiano e del diritto-dovere di cronaca che è stato ripetutamente sancito dalla Corte Suprema di Cassazione , e dell’obbligo, ribadito dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, per magistrati e  forze di polizia di tenere informati i cittadini.

A Ivrea, quindi, si sta cercando di far diventare operante
prima del tempo il ddl Alfano che attraverso l’obbligo della segretezza sulle attività di magistrati e inquirenti punta a negare l’informazione di base ai cittadini. Una informazione che per non divenire manipolazione deve essere corretta, compiuta e tempestiva. E le fonti pubbliche hanno un duplice  dovere:  non nascondere le notizie e  non manipolare  le informazioni, e  fornire ai giornalisti gli elementi obiettivi di conoscenza di base.

Per questi motivi il Presidente dell’Unci, Guido Columba, e il Gruppo Cronisti del Piemonte, hanno annunciato l’invio di un esposto al Consiglio Superiore della magistratura  sul comportamento del Procuratore di Ivrea Elena Daloiso

 

Roma, 14/7/2009

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