La rappresentazione plastica di quello che è successo nella politica italiana nei tre giorni che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica sta tutta in quella risata con cui Silvio Berlusconi, attorniato dalla sua corte come nei giorni migliori, ha accolto nell’aula di Montecitorio il raggiungimento del quorum del vecchio-neo presidente. E’ lui l’unico vincitore di questa partita, riesumato dopo la frana elettorale che l’aveva sepolto e ora titolare di una pesante ipoteca sul Quirinale: quello di oggi e soprattutto quello destinato ad ospitare il prossimo presidente.

Torna il vecchio Caimano e mette a nudo improvvisamente la incapacità di tutti gli altri protagonisti di questa prima fase post-elettorale. Pierluigi Bersani, senza dubbio, che in tre giorni, dopo aver mantenuto per un mese e mezzo una linea coerente con quella con cui si è presentato alle elezioni, è riuscito nell’impresa da record (un giorno, forse, nelle sue memorie ci spiegherà il recondito perché di questa sua metamorfosi) di distruggere contemporaneamente la sua coalizione e il suo partito.

Ma anche Beppe Grillo. Nonostante cerchi con i suoi soliti proclami di assegnarsi una vittoria che nei fatti non c’è e ora si è invece autorelegato ai margini pur con tutti i suoi parlamentari, Grillo con il suo testardo isolazionismo politico ha perso l’occasione, 45 giorni fa, di dettare le sue condizioni al governo che poteva nascere. Ha nei fatti permesso così che la situazione impantanata producesse quello che un mese e mezzo fa lui aveva il potere di evitare, ovvero il governo di larghe intese e quindi la cementificazione di quella classe politica che voleva scardinare. A meno che non fosse invece questa la sua reale intenzione (ma certo non quella dei suoi elettori): non lasciarsi invischiare nelle responsabilità di governo e vivere di rendita sulla protesta popolare. Alla faccia del rinnovamento e della risoluzione dei problemi drammatici che vivono milioni di persone.

Ma il bis di Napolitano nasconde anche, come si diceva, una pesante ipoteca sul Quirinale e sul Paese da parte del Caimano. Al netto delle valutazioni di merito sull’operato del presidente uscente-rientrante, la cui visione politica è chiara espressione di quelle larghe intese perseguite prima con il governo Monti, fortemente da lui voluto (anche con una istituzionalmente incomprensibile nomina a senatore a vita), e poi con un mancato incarico governativo a un esponente della maggioranza relativa di centrosinistra, in attesa di un lavoro dei “saggi” di cui non sono ancora chiari i contorni costituzionali e politici.

Al netto di queste valutazioni, quindi, l’avventatezza della gioiosa esultanza dei grandi elettori del Pd alla proposta dello storico bis presidenziale, formalmente coerente con la lettera della Costituzione ma forzatamente innovativo di una prassi che trovava la sua giustificazione nella logica democratica, sta nella circostanza che è del tutto naturale prevedere che il rinnovato presidente non abbia l’intenzione di arrivare al termine naturale del mandato, festeggiando ancora al Quirinale il suo 95° compleanno. Logico è supporre che il secondo mandato accompagni Napolitano alla soglia delle 90 primavere e che quindi tra un paio d’anni al massimo lo stesso presidente possa porre la questione della sua successione presentando le sue dimissioni.

Due anni sono un tempo sufficiente per far sì che, o con l’approvazione di una nuova legge elettorale o per consunzione di una maggioranza eterogenea come quella che, rieletto Napolitano, si appresta a dare un governo al Paese, ci siano nuove elezioni e un nuovo parlamento. Nel quale, con la dissoluzione del centrosinistra e il logoramento cuocendo nel proprio bordo isolazionista del Movimento 5 stelle, la palla della partita politica torni a lui: il redivivo e immarcescibile Caimano. Che a questo punto, fra un paio d’anni, potrebbe avere i numeri per coronare il suo sogno: attivare l’ipoteca che ha iscritto ieri sul Quirinale. E quindi sul Paese.

Un capolavoro, insomma, è stato per lui ciò che si è consumato in questi ultimi tre giorni a Montecitorio.

C’è una strada per non morire berlusconiani? Una, stretta ma necessaria. Ripartire dalla base: quella dei militanti del Pd, che hanno fino a ieri sinceramente creduto nel progetto di un soggetto che non è mai stato partito ma solo confederazione di correnti e conventicole, e quella di quei militanti della sinistra che in quel progetto non si sono mai riconosciuti, pur credendo sempre nel valore dell’incontro e dell’alleanza. Se sapremo raccogliere queste energie e amalgamarle in un progetto che sappia parlare alle persone, ma anche ascoltarle e farle partecipare alla costruzione di un modello culturale (prima ancora che di un partito) alternativo a quello rappresentato dalle oligarchie che si apprestano a ri-governare l’Italia, il Caimano rimarrà solo un film del nostro passato.

Massimo Marciano